Luoghi di interesse - Comune di Gonzaga

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Luoghi di interesse a Gonzaga

Torre Civica e Castello

Il castello di Gonzaga era una fortificazione di origine medievale situata a Gonzaga. La torre civica è quanto rimane dell'antico maniero. Venne edificato nel XIII secolo dai conti Casalodi per proteggere la popolazione dalle scorrerie degli Ungari e passò quindi ai Gonzaga che lo dotarono di sette torri e di contrafforti. La struttura venne col tempo smantellata ed utilizzata per la costruzione delle chiese di Polesine, Bondeno e di alcune case coloniche. Durante la dominazione austriaca le due torri rimaste vennero adibite a carceri. Sulla torre, al di sotto dell'orologio, campeggia lo stemma della famiglia Gonzaga del 1608, utilizzato dal duca Vincenzo I Gonzaga.

 

Pozzo delle taglie

Vi è un luogo estremamente fascinoso che si affaccia sul severo palazzo che ospita gli uffici comunali; sorge ai piedi della seconda torre superstite del complesso architettonico del castello medievale originario, ma si tratta di un rifacimento di epoca Liberty. Ciò nulla toglie al fascino di una leggenda che accompagna questo ampio porticato, nel quale al centro insiste un pozzo marmoreo di elegante fattura che, si dice, occulti un altro pozzo preesistente chiamato “il pozzo delle taglie”, nel quale anticamente venivano gettati i malfattori per punirli dei loro crimini, o coloro che era più prudente far sparire dalla circolazione perché scomodi testimoni di qualche sconveniente avvenimento. In fondo al pozzo erano conficcate lame e lance che “amorevolmente” accoglievano i malcapitati ivi gettati, e forse qui trovò la morte un cavaliere che al tempo di Ludovico II Gonzaga aveva osato insidiare una delle sue figlie a nome Barbarina. Non sappiamo se ciò corrisponda a verità, ma nulla potrà cancellare la sottile vertigine che accompagna il visitatore che, anche inconsapevole della leggenda, si accosta rabbrividendo al manufatto. Un lacerto di poesia che si stempera in un contesto storico e architettonico di notevole impatto. [Testo di Giancarlo Malacarne]

Fotografia di Arrigo Giovannini

Teatro Comunale

Il Teatro Comunale di Gonzaga nasce come sala per il divertimento all’interno di una Casa del Popolo inaugurata nel 1905. Viene ampliato e risistemato negli anni '30 ed utilizzato come teatro e cinema fino agli anni ’50. Il recente progetto di recupero lo rende di nuovo pienamente fruibile con 269 posti a sedere tra platea e galleria.

 

Villa Canaro

La villa detta Canaro dal "luogo da canne palustri adiacente alla fossa Madama", viene costruita nel 1468 probabilmente da Luca Fancelli per i marchesi di Gonzaga come palazzo di rappresentanza. Alla fine del seicento la dimora viene innalzata ottenendo al centro un arioso salone a doppio volume con balaustra e un grande vestibolo, poi affrescato da Pietro Mazzoccoli. Davanti all'ingresso principale resta un imponente arco settecentesco in muratura.

 

Villa Speroni

È stata abitata fino ai primi anni 2000 dalla famiglia omonima proveniente da Padova. Stefano, pittore, si era trasferito a Mantova, lavorando con Giulio Romano al Palazzo Te. Fu Francesco Speroni a stabilirsi a Gonzaga dando origine a questo ramo della famiglia. Ha una pianta compatta, con un corpo centrale quasi quadrato cui si collegano due piccole ali sul fronte sud. Alla facciata, abbastanza ricca, si contrappone la semplicità del lato nord, su cui si apre una sola arcata.

 

Corte Agnella

Posta sul confine del Comune di Gonzaga con quello di Reggiolo, l'"Agnella" si presenta come una palazzina cui sono affiancati i rustici di servizio e le abitazioni contadine, il tutto disposto attorno ad un'aia seguendo i criteri tipici dell'architettura settecentesca del nostro territorio.

Fotografia di Arrigo Giovannini

Corte Andreasa

Vi è una corte, sperduta nel verde della rigogliosa campagna gonzaghese, che prese già nel Cinquecento il nome dalla famiglia che la deteneva in prorietà, gli Andreasi di Mantova. Costoro erano una nobile stirpe che operava al servizio della famiglia dominante; tra i membri della schiatta vi fu un’Osanna che venne innalzata agli onori degli altari al tempo della famosissima Isabella d’Este. La beata Osanna Andreasi, il cui corpo incorrotto è oggi visibile nella cattedrale di Mantova, faceva miracoli, aveva visioni mistiche e dopo la morte si scoperse che nascondeva le stigmate. Ebbene questa beata, a Gonzaga, nella severa corte Andreasa, e più precisamente nel chiostro interno, luogo solitario a lei completamente asservito, si racconta avesse visioni ed estasi, che dopo lunghi periodi di preghiera le si presentavano per svelare i misteri del Paradiso. Un luogo oggi lontanissimo da queste tematiche, che pur conserva quel fascino del mistero che ancora cattura la nostra attenzione. [Testo di Giancarlo Malacarne]

 

Ex Convento di Santa Maria

Nell'anno 1488, in un giorno imprecisato, Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, percorreva la strada da Gonzaga verso Reggiolo, quando, per una improvvisa impennata del cavallo, cadde a terra e l'animale gli rovesciò addosso. I presenti temettero per la vita del marchese, rimasto a terra privo di sensi. Questi, durante la caduta (secondo Donesmondi), ma più probabilmente don Girolamo Redini da Castelgoffredo, dignitario al seguito, implorò la Beata Vergine Maria, inginocchiandosi davanti ad una immagine della Madonna dei Miracoli dipinta su un capitello ed adorna di ex voto. Nell'implorare la salvezza del suo signore, fece voto di fabbricare in quel luogo una chiesa in onore della Vergine stessa e di ritirarsi in quel luogo a condurre vita eremitica. E di fatto il marchese si rialzò poco dopo, senza aver subito danno alcuno, ed informato della preghiera e dei voti del Redini prese a cuore la cosa, impegnandosi a sostenere il religioso nel suo intento. Presumibilmente già nel 1490 iniziava la costruzione della chiesuola e di un parte del conventino, ove il Redini aveva radunato un gruppo di romiti che, seguendo la regola di S. Agostino, vivevano sparsi nelle campagne. Nel maggio 1494 il marchese Francesco II invitava il vescovo di Reggio a concedere indulgenze e privilegi alla capella de Sancta Maria dali Miraculì ed a riconoscere i capituli de la compagnia, vale a dire la regola che gli eremiti, guidati dal Redini, si erano impegnati ad osservare. Con successivo breve apostolico del 3 giugno 1496, papa Alessandro VI incaricò il vescovo di Reggio, Gianfrancesco Arlotti, di esaminare ed approvare la regola dei religio- con il titolo di Preti sotto la regola di S.Pietro ed Eremiti della Congregazione di Santa Maria in Gonzaga, che fu consegnata il 14 maggio 1502. L'abito ad essi prescritto era di colore nero, lungo fino ai piedi e con cappuccio, su una veste bianca, con la facoltà di coltivare la barba e di portare calzature. La congregazione ebbe immediato seguito, appoggiata dal marchese Francesco II e da Girolamo Redini nelle vesti di Priore Generale. Al primo Capitolo, tenutosi a Gonzaga nel 1502, presero parte numerosi religiosi provenienti dagli altri conventi che erano dislocati nello Stato di Mantova, ma anche fuori di esso. In particolare nel mantovano gli Eremiti di Santa Maria di Gonzaga avevano due conventi a Mantova, uno annesso alla chiesa della Madonna della Vittoria, eretta nel 1496 e per la quale il Mantegna dipinse la splendida tavola, trafugata dai francesi alla fine del '700 ed attualmente al Louvre a Parigi; l'altro convento esisteva fuori porta Pradella, in adiacenza alla chiesa del Santo Sepolcro (edificio oggi scomparso). A Gonzaga, venuto a mancare il Redini, guida insostituibile, diminuì rapidamente il numero degli eremiti e, nel 1577, la compagnia fu soppressa. Il duca Guglielmo affidò il convento ai Carmelitani della congregazione di Mantova, ed essi lo tennero fino al 1777 quando anche il loro ordine fu soppresso per disposizione imperiale e la chiesa affidata per l'officiatura al parroco locale. Pochi anni dopo, nel 1791, il quadro raffigurante la Beata Vergine dei Miracoli e gli altri arredi furono trasferiti nella chiesa parrocchiale di Gonzaga, ove tuttora si conservano. Le origini del convento sono strettamente connesse con quelle della Fiera Millenaria di Gonzaga. Nel 1495 il marchese stabiliva che la prima domenica di luglio si sarebbe dovuta celebrare la festa della Madonna e che intorno vento si potesse commerciare ogni bene, senza il pagamento di dazi. L’anno dopo, la festa fu spostata all'ultima domenica di luglio e, poco dopo ancora (sicuramente già nel 1499), definitivamente fissata all'8 settembre, ricorrenza della Natività di Maria. Per tutto il secolo XVI L confermata la fiera, con l'eccezione di qualche anno per motivi contingenti. Dal 1580 poi, con l'arrivo dei Carmelitani, il duca Guglielmo concesse ai frati 33 biolche di terra per la loro sussistenza ed il privilegio della fiera dell'8 settembre, con esenzione da ogni dazio. Tale privilegio fu confermato dai successori di Guglielmo e poi dagli imperatori austriaci, dopo il 1707. Il complesso monumentale dell'ex convento di S. Maria ha subito notevoli integrazioni, modifiche e purtroppo demolizioni nel corso dei secoli. Oggi si presenta con un chiostro sul quale si affacciano sale sia al piano terreno che al primo piano, limitatamente ai lati sud, ovest e parte del lato nord. La restante porzione delle costruzioni a nord è crollata, mentre la chiesa è stata demolita, ad eccezione del presbiterio, inglobato in una successiva costruzione. È comunque possibile individuare il nucleo originario, costituito da un piccolo cortile quadrato porticato e limitato per tre lati dalle costruzioni ad uso degli eremiti e per il quarto lato dalla chiesa. L'accesso avveniva tramite un piccolo locale, adiacente alla facciata ed all'ingresso della chiesa, in fregio alla strada che da Gonzaga conduce a Reggiolo. Il porticato, retto da colonne in cotto con capitelli a scudo dello stesso materiale, era coperto da volte a crociera in muratura e protetto dalle intemperie da un tetto in laterizio a quattro falde convergenti verso l'interno. Difficile descrivere le caratteristiche della chiesa, quasi completamente demolita, ad eccezione del presbiterio che conserva, pur se nascosto, l'arco trionfale impostato su semicolonne e capitelli a scudo analoghi a quelli del chiostro. Ben conservate invece le sale del lato sud e, dopo 9 recupero, del lato ovest, coperte da volte con testa a padiglione con vele perimetrali. Il complesso, nel suo insieme, può essere avvicinato alla architettura degli ordini mendicanti, ed in particolare a coloro che osservavano la regola di S. Agostino, dal cui ceppo sembrano trarre origine gli eremiti di Gonzaga. Particolarmente significativo, come già sottolineava Luisa Bertazzoni, il linguaggio architettonico impiegato dai costruttori: le colonne ed i capitelli a scudo, come pure l'impostazione generale del fabbricato, l'impiego di murature con giunti stilati e di finiture con intonaco dipinto a finto mattone si avvicinano alla tradizione locale tardogotica, quando, già da oltre mezzo secolo, anche Mantova aveva acquisito i modi e le forme proprie del rinascimento fiorentino. Dopo l'ingresso dei Carmelitani il convento fu in parte ristrutturato per le mutate esigenze, proprie della vita comunitaria dell'ordine, con la sopraelevazione del porticato realizzando un corridoio perimetrale anche al primo piano. Inoltre, intorno al 1640, i frati fecero fabbricare, in fregio alla strada, 70 occhi di portico che venivano affittati ai mercanti nel periodo della fiera, e che furono demoliti agli inizi di questo secolo. L'aspetto interno del fabbricato mutò ancora nel secolo XVIII in particolare per quanto riguarda il chiostro, completamente reintonacato, con un basamento di color rosso mattone, le colonne bianche, i capitelli grigio-azzurri, bianco avorio le pareti soprastanti con l'eccezione delle finestre, limitate da una stilatura e coloritura a mo' di falsa centinatura e delle cornici di gronda, che richiamavano il colore dei capitelli. Le volte sotto il porticato furono alternativamente dipinte di bianco e giallo mentre tutte le lunette venivano affidate al pittore Pietro Mazzoccoli di Carpi, con il compito di dipingere scene della vita di S. Alberto degli Abati, oggi conservate solo in parte.' Lo stesso pittore probabilmente decorò anche l'entrata, secondo quanto sostiene lo storico Eustachio Cabassi (Garuti). Quest'ultimo locale è attualmente in corso di restauro: si spera di poter recuperare intatti i dipinti del Mazzoccoli, sotto vari strati di colore apposti successivamente. Dopo la soppressione della congregazione carmelitana il convento fu abbandonato, la chiesa demolita, e la restante porzione del fabbricato passò attraverso vari proprietari: nel corso della prima metà del nostro secolo era abitato da circa una trentina di famiglie che, tamponate le arcate del chiostro e suddivisi i locali con tramezze, vivevano nella indigenza, garantendo da un lato la conservazione del fabbricato, ma provocandone dall'altro il degrado, con interventi incongruenti. Negli anni '70, abbandonato da queste famiglie, fu in parte adibito ad officina meccanica, con grave pregiudizio per le finiture e per le stesse strutture. Finalmente, nel 1980, l'ex chiostro ed i locali ad esso adiacenti, sono stati acquistati dal comune di Gonzaga ed è stato avviato un processo di recupero dell'immobile, a partire dalle opere di consolidamento e dal rinnovo della copertura. Attualmente sono stati completati i lavori relativi al 11 piano, ad eccezione del lato nord, e sono in procinto di essere effettuate opere di restauro ed integrazione delle finiture del chiostro. È auspicabile infine che il comune di Gonzaga acquisti la restante porzione del fabbricato, consistente nella parte absidale della chiesuola, tuttora impropriamente utilizzata quale officina, ed in alcuni locali accessori e che si possa provvedere al recupero dell'intero complesso, di notevole interesse storico ed architettonico. [Testo di Franco Ferrari e Gabriele Vittorio Ruffi]

 

Ex Poligono di tiro

Si tratta di una costruzione risalente più o meno agli anni Venti del secolo scorso, la quale non ha nessuna rilevanza né di carattere artistico né architettonico; tuttavia si tratta per Gonzaga di un "luogo sacro" in quanto in quella sede si consumò una grande tragedia. Per raccontare brevemente dobbiamo andare al ricordo della battaglia partigiana avvenuta la notte del 20 dicembre 1944, anche se parlare di battaglia pare improprio, in quanto si trattò di un massacro a senso unico (ma di questo ancora oggi si dibatte ferocemente a Gonzaga, ché le versioni sono piuttosto contrastanti e mai alcuni testimoni oculari furono ascoltati). Conseguentemente a quel gravissimo fatto di sangue, nel quale perirono 15 soldati tedeschi che stavano dormendo in una camerata (scuole) e una ignara passante che transitava sul ponte del Canaro (Pierina Binacchi), vi fu una rappresaglia, per la quale si prelevarono sette persone (nessuna di Gonzaga) per le quali, dopo un sommario processo svoltosi nell'aula consiliare del Comune, ventiquattro ore dopo il proditorio attacco, il comando tedesco in accordo con le bande fasciste stabilì la fucilazione (sei subito una dopo due mesi). La sede dell'esecuzione fu stabilita in Gonzaga, presso il "poligono di tiro", dove all'alba del 22 dicembre un plotone d'esecuzione tutto italiano giustiziò sei innocenti - pur prigionieri - presi a caso da un novero di 33. L'esecuzione rivelò canoni di particolare crudeltà (si rimanda alla bibliografia in proposito). I condannati furono seguiti spiritualmente dal parroco di Gonzaga don Ulderico Caffini. Da allora il "Tir a segn" è divenuto venerato luogo di martirio e simbolo di una libertà in quel frangente soltanto sognata. Attualmente in restauro. [Testo di Giancarlo Malacarne]

Per maggiori approfondimenti è possibile consultare la pagina dedicata su memorieincammino.it (progetto curato dall'Istitituto Alcide Cervi di Gattatico, RE).


Fotografia di Diego Barbieri

Chiesa Parrocchiale di San Benedetto Abate

Nel 1089 la piccola cappella dedicata a San Benedetto fu demolita e sostituita con una chiesa di notevoli dimensioni (44 metri di lunghezza), a tre navate, con transetto e terminante con tre absidi semicircolari. Tale edificio si inserisce nell'architettura romanica padana, pur subendo influssi d'oltralpe. Parte della primitiva struttura e decorazione (2 absidi, il presbiterio, parte del transetto) rimane nell'attuale chiesa parrocchiale, modificata però nel corso dei secoli e principalmente nel 1534 (ricostruzione delle navate), 1868 (consolidamento, decorazioni interne e rinnovo della copertura) e 1925 (facciata in falso "stile romanico" per la cui realizzazione fu demolito il protiro originale). Di un certo pregio sono i quadri, in particolare la pala centrale che rappresenta la Vergine, il Bambino, San Benedetto e San Giovanni, della Scuola di Giulio Romano. Alcune immagini, che riproducono santi Carmelitani, provengono probabilmente dall'ex Convento posto nell'area della Fiera e soppresso nel XVIII sec. Tra questi l'immagine della Madonna dei Miracoli, una piccola tela del sec. XV posta su un altare costruito alla fine del '700. L'altare maggiore, in marmi policromi risale al 1781.

 

Luoghi di interesse a Bondeno

Madonnina di Bondeno

Chi si recasse da Gonzaga alla frazione di Bondeno, a mezza strada incontrerebbe un olmo, magnifico, frondoso, gigantesco, sorgente sulla proda d’un campo, al quale è visibile addossata un’edicola con la miracolosa immagine della Madonna. Miracolosa sì, perché già dalla metà del XVIII secolo di essa si parla in termini di intervento divino, così che i viandanti accanto ad essa sostavano in preghiera nel silenzio e nel raccoglimento, in un luogo desolato di case e d’animali, immerso nel verde della campagna gonzaghese. Uno dei racconti che aleggiano intorno al mitico olmo, narra di una fanciulla a nome Matilde che sfuggì per intervento della Madonnina al turpe desiderio di un manigoldo a nome Rinaldo che l’aveva rapita. [Testo di Giancarlo Malacarne]

 

Corte Galvana

Risale probabilmente alla seconda metà del ‘400, almeno per la parte più antica, la ex Villa Galvana, in origine facente parte della proprietà gonzaghesca del Bondanazzo (circa 800 biolche di terra in parte sotto l’attuale Comune di Reggiolo con l’omonima corte ed in parte in Comune di Gonzaga). La villa passò di mano varie volte nel corso dei secoli, pervenendo in proprietà al Comune di Gonzaga dopo i danni subiti a causa del sisma del 2012; attualmente è in attesa di essere restaurata. All’interno molti dipinti dalla fine del sec. XVII al sec. XIX, tra cui rileva in particolare una bella immagine di Matilde di Canossa a cavallo. Nei pressi della villa sono collocati gli edifici rustici della corte, di proprietà del Comune di Gonzaga ed in gestione alla Associazione Bunden in piasa. Attualmente in restauro post sisma. [Testo di Gabriele Vittorio Ruffi]

Fotografia tratta da Corte Galvana a Bondeno e i suoi decori, Carlo Parmigiani (Sometti, 2015)

Chiesa Parrocchiale di San Tommaso Apostolo

Eretta nella frazione di Bondeno (dove secondo la tradizione dovrebbe essere morta Matilde di Canossa) conserva sia statue, stucchi e tele settecenteschi, sia un pregevole coro intagliato e scolpito in legno di noce, opera di Federico Piazzalonga nel XVII secolo. Attualmente in restauro post sisma.

 

Luoghi di interesse a Palidano

Laghi Margonara

Chi volesse per un giorno lasciare i pensieri in un cantone e credesse di potersi concedere al piacere della natura, ai silenzi invasivi, ai profumi e colori della nostra campagna, allo stormire carezzevole delle fronde e allo sciabordio cheto delle tenui risacche dei nostri laghi, potrebbe recarsi di buon mattino o quando il sole si avvia al tramonto, al percorso naturalistico denominato “Margonara”, luogo nel quale come sottolinea il nome, anticamente la palude presentava in cosiddetti “Mergoni”, agglomerati vegetali che fuoruscivano dalle acque paludose costituendo una flora non riscontrabile altrove. Nei laghi – vecchie cave di ghiaia – oggi levigati specchi nei quali si rifrangono i paciosi profili delle nuvole, i raggi del sole cocente, e la notte le baluginanti luci lunari, ognuno può trovare le motivazioni per immergersi non nelle acque ma in un sogno sereno, accompagnato dal canto garrulo degli uccelli e dalla brezza leggera che dalle acque sorge a deliziare il visitatore, rapito da un dolce incantesimo. [Testo di Giancarlo Malacarne]

 

Cave Pascoletto

Oasi naturalistica facilmente raggiungibile dal centro di Palidano e dal centro di Gonzaga tramite apposito percorso ciclabile, "il Pascoletto" deriva da vecchie cave per l'estrazione dell'argilla attualmente adibite ad attività di pesca sportiva. Nel corso degli anni il sito è stato ampliato con la costruzione di una vasca di laminazione, passeggiando attorna alla quale è facile imbattersi in maestose coppie di cigni e diversi esemplari di volatili tipici della Pianura Padana.

 

Villa Maraini Guerrieri

Il palazzo, fatto erigere dai conti Zanardi, è immerso in un secolare parco di faggi e platani. Le varie stanze che lo compongono sono ornate da decori rappresentanti personaggi, animali e piante. Uno scenografico scalone porta al piano superiore dove si apre, preceduto da figure monocromatiche ad affresco (attribuite al Campi), una magnifica sala di rappresentanza. La villa è affiancata da un suggestivo fienile a diciassette occhi. 

Fotografia di Federica Buzzi [CC BY-SA 3.0]

Villa Strozzi

Esistente ad un solo piano nel 1582, viene ristrutturata e sopraelevata dopo la metà XVII dando vita ad ambienti singolari, come il vestibolo, il salone ovale con la balaustrata, la loggia, la sala delle insegna, tutti ornati da stucchi tra i più belli dell'arte barocca del mantovano. Pregevoli sono pure i settecenteschi dipinti. Attualmente in restauro post sisma.

Fotografia di Federica Buzzi [CC BY-SA 3.0]

Chiesa di San Sisto II

Edificata nel XVIII secolo, conserva abside e campanile di una preesistente cappella romanica menzionata da Matilde di Canossa nei suoi documenti. All’interno custodisce stucchi e decorazioni settecenteschi, tele di Gennari e di Campi ed un pregevole organo attribuito ad Andrea Montesanti.

 

Leggende e misteri

Ca’ del vento

Uno dei luoghi più suggestivi e misteriosi che ancora oggi, dopo ottocento anni e pur essendo estremamente ammalorato e diroccato, induce qualche trasalimento a chi accanto ad esso transitasse. La leggenda si è fatta un sol boccone della storia, ma è indubbio che qualcosa di vero potesse sussistere intorno a un racconto che parla di razzie e di un frate, padre Lorenzo, che abitava la grangia in fregio al bosco, nella quale si verificavano inspiegabili fenomeni. Tutte le notti alla ventiquattresima ora si udivano lamenti acutissimi e strazianti, cui facevano seguito cori infernali e un vento impetuoso che scuoteva lo stabile dalle fondamenta come un terremoto. Da qui il nome attribuito. Tutto scaturiva da un evento sanguinoso che aveva visto il contendere di tali Adalberto e Ascanio. La tenzone si era conclusa con la morte del primo, seppellito nascostamente da Ascanio proprio nella casa, che da quel giorno ospitò un inquieto fantasma.  La leggenda è complessa ed articolata, ma il ricordo ancora permane tra la gente del paese. [Testo di Giancarlo Malacarne]

Fotografia tratta da Gonzaga Gonzaga, a cura di Mario Cadalora (Artioli, 1990)

Valle dell’oca

In tutti i paesi e cittadine e realtà antropiche sussistono delle leggende che non è dato verificare in termini di credibilità. Sono storie suadenti, qualche volta tristi, altre volte brillanti, comunque permeate da una componente di suggestione che al di là del vero/non vero induce a qualche fugace trasalimento, qualche dubbio recondito che improvvisamente s’affaccia sul presente. Gonzaga di misteri ne enumera ancora oggi diversi: misteri buoni, di quelli che non fanno male a nessuno né inducono affanno o paura. I misteri della nostra terra si vivono con il sorriso sulle labbra e la condivisione dei sentimenti che li hanno generati, così da trasformarli in incantesimi che non mutano nessuno in ranocchio e tantomeno pietrificano coloro che li vivono. È il caso, lontanissimo nel tempo e ormai dimenticato, degli abitanti della “Valle dell’Oca”, che da una magia scaturita da un candido bipede trassero un grande beneficio in relazione alla loro poverissima esistenza, disseminata di insormontabili difficoltà. Un’oca improvvisamente apparsa in un campo, calamitò l’attenzione dei “valligiani”, che la inseguirono per poterla spennare e farla arrosto. Essa, dimentica delle attenzioni non propriamente amichevoli della gente di quel luogo, finì per correre, correre starnazzando a più non posso, e portare finalmente gli inseguitori davanti a un rudere nel quale era nascosto un tesoro, che affrancò tutti quanti da una sudditanza gravosissima e li fece uomini liberi. Leggende certo, ma ancora oggi, transitando senza fretta per la tortuosa strada che attraversa la valle, si può, ascoltando bene, cogliere ancora in lontananza il qua qua di quell’oca miracolosa, e godere per qualche minuto della consapevolezza di trovarsi in un luogo magico, nel quale i desideri per una volta si fecero realtà. [Testo di Giancarlo Malacarne]

 

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Bibliografia

 

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