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Fabio Cavazzoli – Film-Holder. Fotografie 1978–1984

Il Tempo del Ritorno: Memoria, Terra e Paesaggio Rurale. Mostra fotografica acura di Fabio Cavazzoli

Data inizio :

29 luglio 2026

Data fine:

22 agosto 2026

Fabio Cavazzoli – Film-Holder. Fotografie 1978–1984
Municipium

Cos'è

Fabio Cavazzoli – Film-Holder. Fotografie 1978–1984

Dal 29 luglio al 22 agosto 2026, presso l'Ex Convento di Santa Maria a Gonzaga, sarà allestita la mostra fotografica "Film-Holder. Fotografie 1978–1984" di Fabio Cavazzoli.

L'inaugurazione, con presentazione della mostra, si terrà mercoledì 29 luglio alle ore 21.00. La mostra sarà visitabile negli orari di apertura della Biblioteca Comunale "F. Messora":

  • martedì e venerdì: 9.00–13.00
  • mercoledì e giovedì: 9.00–13.00 e 15.00–18.30
  • sabato: 9.00–13.00
  • lunedì: chiuso

PROGRAMMA
Mercoledì 29 luglio – ore 21
Inaugurazione della mostra “Film holder. Fotografie dal 1978 al 1984” di Fabio Cavazzoli in dialogo con Alessandro Malavasi.
A seguire, “Da Paul Strand ai Paisan di Giureppe Morandi. Immagini di vita contadina della Bassa Padana”, incontro con Simone Terzi – Fondazione Un Paese, Luzzara.

Mercoledì 5 agosto – ore 21
“Gran mondo”, Maria Pia Galeazzi racconta il romanzo del gonzaghese Adone Nosari a cento anni dalla sua pubblicazione.

Mercoledì 12 agosto – ore 21
“Ascoltare, scolpire, plasmare. L’arte di Italo Lanfredini”, proiezione del docufilm con la partecipazione dell’artista mantovano e della regista Elisabetta Pirozzi.

Organizzato dal Circolo Ivanoe Bonomi e L’Officina dell’Immaginazione APS in collaborazione con la Biblioteca Comunale “Franco Messora”, col sostegno del Circolo Filatelico Numismatico ed Hobbistico e il patrocinio del Comune di Gonzaga.

FILM-HOLDER – FOTOGRAFIE 1978 > 1984

Il Tempo del Ritorno: Memoria, Terra e Paesaggio Rurale

La genesi del progetto: il ritrovamento e la memoria custodita - Ogni mostra fotografica che scava nel passato possiede una propria archeologia emotiva, un istante preciso in cui il tempo sospeso torna a manifestarsi nel presente. La genesi di questo percorso espositivo risiede in un evento fortuito, apparentemente ordinario, eppure profondamente rivelatore: il trasloco che, alcuni anni fa, ha riportato alla luce una cartella dimenticata. Al suo interno era custodito un prezioso raccoglitore di negativi, un archivio visivo privato che raccoglieva gli scatti realizzati durante gli anni della scuola superiore — nati su sollecitazione del professor Erminio Martini, docente di ripresa fotografica — fino a giungere alle serie prodotte per l’esame di tecnica della fotografia durante il primo anno di frequenza presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Il ritrovamento di un semplice porta-pellicola non si configura quindi come una mera operazione nostalgica, ma si trasforma in un potente dispositivo critico. Esso offre fecondi spunti di riflessione su un universo antropologico e sociale, quello legato alla civiltà contadina, che oggi appare irrevocabilmente svanito. Questi fotogrammi diventano lo strumento per tentare di tratteggiare, con rispetto e rigore documentario, la realtà complessa di uno spazio geografico e di un tempo storico caratterizzati da una profonda e radicale “vocazione agricola”. Fare memoria, attraverso il recupero di questi supporti analogici, non significa semplicemente guardare indietro, ma attivare un processo intellettuale e spirituale necessario per comprendere il giusto rapporto che l’essere umano deve stringere con la terra, riscoprendo il valore fondante della comunione con l’altro e con la comunità.

Geografie dell’anima: la transizione degli anni Settanta e Ottanta - Le immagini esposte raccontano un territorio preciso, circoscritto e vissuto dall’interno. I temi affrontati dall’autore emergono da un legame viscerale con i luoghi della propria quotidianità. È in contesti prossimi alla propria abitazione — in particolare lungo i sentieri e i campi che si snodano tra via Cadellora e la strada bassa del Po vecchio — che il fotografo trascorreva i pomeriggi invernali, girovagando alla ricerca di frammenti di vita da imprimere sulla pellicola. Cronologicamente, la raccolta si colloca in un crinale storico di straordinaria delicatezza: la transizione tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo.

Si tratta di una fase storica segnata da un’accelerazione senza precedenti dei processi di industrializzazione e urbanizzazione, guidati dall’esigenza collettiva di inseguire nuovi standard di benessere economico e una diversa qualità della vita materiale. In questo scenario di radicale mutamento, l’obiettivo fotografico sceglie deliberatamente di muoversi in direzione ostinata e contraria, accostandosi al “mondo chiuso” dei contadini. Un microcosmo fatto di fatiche quotidiane, di rigidi rituali lavorativi, di antiche tradizioni tramandate di generazione in generazione e di un profondo, radicato senso religioso che scandiva i tempi del raccolto e della vita comunitaria.

La rinascita visiva: l’archeologia del negativo e il restauro digitale - Il passaggio dal cassetto polveroso alla parete della sala espositiva ha richiesto un paziente e meticoloso lavoro di recupero tecnologico e filologico. La decisione di far rinascere questi negativi ha preso forma attraverso la loro digitalizzazione ad alta risoluzione, un intervento che ha unito la precisione del digitale alla poesia dell’analogico. Questa operazione ha richiesto un lungo lavoro di pulizia fisica dei supporti, compromessi dal tempo, seguito da una sapiente regolazione del contrasto e da un accurato bilanciamento dei valori tonali.

Intervenendo sulle curve di densità del bianco e nero, l’autore ha lavorato per schiarire o scurire le aree grigie, restituendo leggibilità alle inquadrature, una nitidezza atmosferica alla pianura e vigore ai contrasti più netti. Da questo intervento tecnico è fiorita, quasi con stupore, una vera e propria celebrazione visiva della cultura rurale più umile. Emerge così il ritratto di una società educata a una povertà contenuta e, nel senso più alto del termine, benedetta: un’esistenza che, pur avendo pochissime esigenze materiali, sapeva proteggere e custodire il fiorire delle virtù umane più nobili ed elevate. La documentazione esposta esprime con commovente nitidezza il gusto autentico del “mestiere di vivere in campagna”, l’orgoglio dei lavori eseguiti all’aria aperta e la dignità di una quotidianità in cui i contadini operavano in un’armonia sovrana, quasi simbiotica, tra i ritmi della natura e la fatica dei loro mestieri.

Risonanze teologiche: l’iconografia del Divino Agricoltore - Per comprendere appieno la stratificazione di significati che attraversa la mostra, è impossibile prescindere da una lettura filosofica e spirituale che affonda le sue radici nella tradizione sapienziale d’Occidente. Una delle prime e più potenti icone teologiche e bibliche che si sovrappone idealmente a queste immagini è, infatti, quella del “Divino Agricoltore”. Si tratta di una suggestione che richiama immediatamente un celebre passo del libro della Genesi: «Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e adatti all’alimentazione, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male» (Genesi 2,8; 2,15). Questo brano, che fonda la relazione tra uomo, terra e Creatore, invita a guardare al paesaggio rurale non solo come a una risorsa economica, ma come a uno spazio sacro e donato.

Le immagini in mostra, evocando tale prospettiva, trasfigurano la fatica quotidiana in un’azione di cura del creato, in cui il contadino agisce quasi come un collaboratore del divino, custode di un ordine naturale e spirituale. La riscoperta di questi negativi diventa così una sorta di “tempo del ritorno” alle origini, un invito a meditare sul valore della terra e dell’umana comunità in essa radicata.

Questa visione teologica trova una sua perfetta e ulteriore sponda lirica all’interno del Salmo 65, dove il Signore viene invece dipinto come il supremo contadino che fa crescere il grano nei campi: «Tu visiti la terra e la disseti [...] Il fiume di Dio è colmo di acque, tu prepari il frumento per gli uomini. Così prepari la terra: ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con la pioggia e benedici i suoi germogli» (vv. 10-11).

Dialoghi nel tempo: le consonanze visive di Dino Villani - Per ampliare l’orizzonte critico dell’esposizione e creare un ponte ideale tra generazioni ed espressioni artistiche differenti, le immagini fotografiche sono affiancate in sala da alcune selezionate opere di Dino Villani. Questi lavori, appartenenti alla prestigiosa raccolta del Novecento del Comune di Gonzaga, sono stati scelti accuratamente per una profonda ed evidente assonanza con i soggetti e le tematiche trattate dall’autore. Villani, figura poliedrica e acuto osservatore della realtà padana, ha saputo catturare nei suoi disegni, negli oli e nelle sue preziose incisioni l’essenza più autentica e malinconica di questo paesaggio.

Il suo sguardo si concentrava con particolare predilezione su quegli elementi capaci di definire l’identità di un luogo: i monumenti storici, paesaggi di campagna e del Po e soprattutto i personaggi addetti a lavori diversi e della campagna. Nei volti e nei corpi tratteggiati da Villani ritroviamo gli stessi uomini e le stesse donne della raccolta fotografica, figure colte nella loro verità quotidiana, addette ai lavori della terra o ai mestieri tradizionali legati al fiume e ai borghi agricoli. Questo dialogo interdisciplinare tra la precisione dello scatto fotografico e la sensibilità espressiva delle opere di Villani crea un cortocircuito visivo straordinario, offrendo al visitatore una duplice prospettiva — documentaria e lirica — sul medesimo patrimonio d’anima e di memoria.

Contemporaneità e rottura: l’ecosistema urbano di Moreno Gentili - A completare e arricchire ulteriormente il percorso espositivo, la mostra propone un innesto di grande forza concettuale, ospitando due opere fotografiche di Moreno Gentili appartenenti alla celebre serie “Habitat” del 1995, anch’esse di proprietà del patrimonio comunale. Se il nucleo centrale della mostra indaga il mondo rurale nel momento esatto del suo iniziale declino, le opere di Gentili compiono un salto temporale in avanti, ponendosi come un’ideale e lucida conclusione del discorso storico e antropologico avviato dai negativi degli anni Settanta.

Queste immagini intendono raccontare visivamente l’autenticità profonda del mondo contadino, celebrando con occhio attento e partecipe la dignità dei suoi protagonisti e l'evoluzione degli spazi in cui operano. Attraverso l’obiettivo di Gentili, il visitatore scopre l'ambiente della stalla, mostrato nel suggestivo passaggio tra antico e moderno: un cambiamento che si riflette nell'emozionante passaggio generazionale tra padri e figli. In questo microcosmo di sguardi intensi, i vecchi saperi incontrano le nuove energie, trasformando i personaggi nei custodi orgogliosi di una tradizione che sa rinnovarsi senza perdere la propria anima. Il legame tra l'uomo, l'animale e il lavoro mantiene così la sua centralità sovrana, invitando lo spettatore a una riflessione emozionante su come memoria, progresso e famiglia possano convivere, oggi, in un equilibrio perfetto.

f.c.

 

Municipium

A chi è rivolto

Tutti

Municipium

Date e orari

29 lug

21:00 - Inizio evento

22
ago

13:00 - Fine evento

Municipium

Costo

Gratuito

Municipium

Luogo

Biblioteca Comunale "F. Messora"

Viale Fiera Millenaria, 64, 46023 Gonzaga MN, Italia

Municipium

Punti di contatto

Biblioteca comunale : 0376 58147
Biblioteca comunale : biblioteca@comune.gonzaga.mn.it

Ultimo aggiornamento: 21 luglio 2026, 22:34

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